Chi ha incastrato Dennis Ross

Quando a fine gennaio Richard Holbrooke e George Mitchell furono nominati inviati speciali l’annuncio al dipartimento di stato americano fu dato con la fanfara. Quando a marzo Dennis Ross fu nominato inviato speciale “per il Golfo e l’Asia sudoccidentale” – si legge: Iran – l’Amministrazione Obama fece invece le cose in sordina. Niente conferenza stampa, notizia fatta circolare con una mail spedita ai giornalisti alle nove di sera.
14 APR 09
Ultimo aggiornamento: 19:12 | 15 AGO 20
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A Washington si dice che la questione Ross è “controversa”, ma si pensa che è fin troppo chiara. Dennis Ross è di madre ebrea, ha legami con Israele e sul programma nucleare dell’Iran ha posizioni dure. Ha cominciato lavorando come specialista di questioni sovietiche sotto Reagan al dipartimento di stato e alla Difesa, con altri due duri, Paul Wolfowitz – poi diventato vice del segretario alla Difesa di George Bush, Donald Rumsfeld – e Andrew Marshall. Ha fondato un think tank pro Israele, il Washington Institute for Near East Policy, che l’anno scorso ha pubblicato un rapporto in cui si definiva l’intervento armato contro i siti nucleari iraniani “un’opzione fattibile”. Ross ha seguito i negoziati in medio oriente per le Amministrazioni di Bill Clinton e di Bush secondo. A Camp David nel 2000 guidava la rappresentanza americana, anche se Yasser Arafat diffidava profondamente di lui (sentimento ricambiato). Durante un momento di tensione nei negoziati, scagliò un dossier sul tavolo tra le bottiglie e la frutta. E quando è uscita la notizia della sua nomina con Obama, Kazem Jalali, della commissione Sicurezza del Parlamento iraniano, ha commentato: “Tanto valeva scegliere Ariel Sharon come inviato speciale per l’Iran”. Oggi Ross confida ai suoi funzionari di essere poco convinto del valore dei negoziati, perché potrebbero non essere capaci di cavare da Teheran alcun risultato utile.
L’inviato speciale non si incastra per niente bene nella nuova politica della Casa Bianca, fatta di clamorose aperture verso l’Iran. Prima il presidente Obama è apparso in un messaggio video di auguri “alla leadership della nazione iraniana”: “Vogliamo un impegno serio e fondato sul rispetto reciproco”. Poi un rappresentante di Teheran è stato invitato alla conferenza dell’Aja sull’Afghanistan. Ora, secondo il New York Times, Washington ha in mente anche di lasciare cadere assieme ai negoziatori europei la condizione preliminare per riprendere le trattative dirette con gli iraniani: la sospensione immediata dell’arricchimento dell’uranio.
Che cosa si dice al dipartimento di stato, di Ross e di tutto questo? Ci sono due voci, pazzamente opposte. La prima vorrebbe l’inviato speciale più forte che mai. Chi sperava fosse emarginato per le sue convinzioni ora è deluso. Ross sta creando di persona il proprio staff, e con la sua capacità di cavarsi fuori dai pantani burocratici sta conquistando la fiducia dei funzionari e allargando il suo potere. “Il dossier Iran è suo. E lui si comporta come fosse l’uomo chiave. A chiunque ti rivolgi, in dipartimento, ti senti rispondere: ‘Devi prima passare da Dennis’”, dice uno specialista di questioni iraniane che non vuole essere citato. La seconda voce invece dice che Ross sarebbe stato emarginato. Da dentro Foggy Bottom sosterrebbero che l’inviato speciale di Hillary per l’Afghanistan e il Pakistan, Holbrooke, s’è preso nei fatti anche il dossier Iran: Ross è stato tenuto fuori dall’incontro tra Holbrooke e il viceministro degli Esteri iraniano Mehdi Akhundzadeh all’Aia (che comunque riguardava l’Afghanistan). L’Amministrazione ha appena inaugurato il Grande Dialogo, ma nel suo ufficio al settimo piano il neoinviato speciale Ross sarebbe già in disparte, con poco da dire.